🇪🇸 LA SPAGNA HA VINTO I MONDIALI (E L’ITALIA HA GIÀ VINTO IL MERCATO): GUIDA ALL’EXPORT VERSO LA PENISOLA IBERICA NEL 2026!
Ieri sera la Spagna ha alzato la Coppa del Mondo. Applausi, lacrime, coriandoli e un Paese intero in festa. Noi italiani, con la consueta eleganza, li abbiamo guardati da casa ma possiamo consolarci con un dato che vale più di qualsiasi trofeo: l’export italiano verso la Spagna supera i 34 miliardi di euro l’anno, con un +11,8% nel primo semestre 2025 e picchi di crescita che nel 2026 hanno toccato il +12,6% per alcune categorie. La Spagna sarà anche campione del mondo, ma i macchinari nelle sue fabbriche, i formaggi DOP nei suoi ristoranti e i farmaci nei suoi ospedali vengono dall’Italia.
Non è rivalità: è complementarietà. E per le imprese italiane che vogliono capire dove e come crescere, il mercato spagnolo è una delle opportunità più solide, mature e ancora in espansione dell’intero panorama export europeo.
I NUMERI CHE CONTANO: UN ASSE COMMERCIALE DA 68 MILIARDI
Prima di tutto, la fotografia aggiornata di un rapporto commerciale che non conosce crisi:
- Export italiano verso la Spagna 2024: 34,5 miliardi di euro (+4,3% sul 2023), con la Spagna che si conferma 4° mercato di destinazione per l’export italiano e 3° in UE.
- Interscambio bilaterale 2024: quasi 68,5 miliardi di euro, con un surplus italiano di oltre 620 milioni.
- Primo semestre 2025: già a 19,5 miliardi di euro, con un +11,8% tendenziale che indica un’accelerazione significativa rispetto agli anni precedenti.
- Agroalimentare 2023: 2,6 miliardi di euro (+10,7% sul 2022), con l’Italia che è diventata il 6° fornitore agroalimentare della Spagna una crescita del 125% in soli 15 anni.
Sono numeri che raccontano di un asse commerciale profondo, integrato e strutturalmente in crescita. Non una relazione episodica da coltivare nei momenti favorevoli: una partnership industriale e commerciale tra due economie che si somigliano, ma si completano a vicenda.
LO ZOCCOLO DURO: I SETTORI CHE GUIDANO L’EXPORT
L’export italiano verso la Spagna non è monolitico: è una stratificazione di filiere diverse, ciascuna con le proprie dinamiche. I settori che formano la spina dorsale:
Macchinari e apparecchiature industriali guidano con circa il 12-15% del totale e l’Italia è il principale fornitore di tecnologia per le fabbriche spagnole. Una posizione di leadership che si autoalimenta: più la Spagna investe in manifattura e transizione digitale, più compra tecnologia italiana.
Farmaceutica e chimica pesano per circa l’11% e sono in forte espansione. La Spagna sta investendo in hub sanitari di eccellenza e la richiesta di materie prime farmaceutiche e chimiche italiane cresce costantemente un trend strutturale che non dipende dai cicli economici.
Automotive e componentistica valgono circa il 9% del totale, anche se con dinamiche più irregolari rispetto agli altri comparti, legate alle grandi commesse e ai cicli di rinnovo delle piattaforme produttive.
Agroalimentare e moda sono i pilastri del Made in Italy percepito dal consumatore finale spagnolo e su questo fronte ci sono alcune storie che vale la pena raccontare.
LE CURIOSITÀ CHE SPIEGANO IL MERCATO
Tre paradossi spagnoli che ogni esportatore italiano dovrebbe conoscere perché capire il mercato significa anche capire le sue contraddizioni.
Il paradosso dell’olio d’oliva. La Spagna è il più grande produttore mondiale di olio d’oliva, eppure importa quantità enormi di extravergine italiano. Perché? Perché le aziende spagnole acquistano oli monocultivar e DOP italiani di altissima gamma per completare l’offerta gourmet nei propri negozi specializzati o per tagli di pregio. Non è contraddizione: è complementarietà di fascia.
La pace dei formaggi. Per anni la Spagna ha difeso fieramente il suo Queso Manchego. Ma oggi il Parmigiano Reggiano e la Burrata sono ingredienti insostituibili nei menu spagnoli non solo nei ristoranti italiani, ma nelle taperie moderne che fondono le due culture gastronomiche. È una delle conquiste silenziose più significative del Made in Italy agroalimentare degli ultimi anni.
Il caffè “a modo nostro”. Gli spagnoli hanno una loro tradizione del caffè solida e radicata il café con leche, il cortado. Eppure la cultura dell’espresso italiano e delle cialde e capsule prodotte in Italia ha letteralmente colonizzato gli uffici e le case spagnole nell’ultimo quinquennio. Una penetrazione culturale che si è trasformata in flussi commerciali stabili e in crescita.
I TREND CHE SPINGONO: DOVE CRESCERE NEL 2026
Il mercato spagnolo non è statico: si polarizza sempre più su settori ad alto valore aggiunto tecnologico e sulla sostenibilità. I trend più solidi per il 2026:
Tecnologia e digitalizzazione industriale. Crescono a doppia cifra i macchinari per packaging e industria alimentare, insieme a computer e apparecchi elettronici e ottici (+17,5%). È il segmento dove la competenza manifatturiera italiana trova il suo sbocco naturale in un mercato che modernizza le proprie linee produttive.
Premium food. Gli spagnoli, pur avendo una grandissima tradizione gastronomica autonoma, cercano sempre più la fascia alta dei prodotti italiani: formaggi DOP a lunga stagionatura, aceto balsamico tradizionale, tartufi, olio monocultivar. La domanda spagnola premia la nicchia e la qualità — non il volume.
Chimica green e farmaceutica. Due filiere in espansione strutturale, sostenute dagli investimenti pubblici spagnoli e dalla crescente attenzione alla salute e alla sostenibilità dei processi produttivi.
Tessile e meccanica strumentale. Segnali positivi trainati anche da turismo, consumo interno e fondi europei tre driver che nel contesto spagnolo del 2026 si muovono tutti nella stessa direzione.

IL MITO DEL “GELATO SOLO D’ESTATE”: PERCHÉ NON VALE IN ASIA
Una delle obiezioni classiche all’export di gelato in mercati con inverni freddi — Giappone, Cina del Nord, Corea — è la stagionalità. È un’obiezione superata dai fatti.
Il consumo di gelato tutto l’anno è uno dei trend principali emersi al SIGEP World 2026: il gelato servito su waffle caldi, abbinato a zuppe dolci tradizionali o integrato in dessert da ristorante trasforma il prodotto in un’esperienza da interni, perfetta per i mesi freddi. In Cina, i frozen dessert crescono del 6% annuo indipendentemente dal clima — trainati dalla ristorazione e dai canali indoor.
Nel Sud-Est asiatico, il problema non si pone: Malesia, Filippine e Indonesia hanno temperature sopra i 25°C tutto l’anno. Per questi mercati, il gelato italiano non compete con la stagione — compete con la qualità.
STRATEGIE OPERATIVE: COSA POSSONO FARE LE IMPRESE ITALIANE
Il +72% dell’Asia non è arrivato per caso: è il risultato di strategie precise che le imprese più dinamiche stanno già attuando. Le azioni più efficaci per il 2026:
Adattare packaging e formati senza tradire l’identità. Il consumatore asiatico vuole “Made in Italy” autentico — ma in un formato adatto alla sua vita quotidiana. Monoporzioni con packaging premium, ingredienti chiari in lingua locale e shelf life adeguata alle catene distributive complesse non sono compromessi: sono condizioni di mercato.
Presidiare le fiere asiatiche con continuità. Foodex Tokyo, SIAL China, Food&HotelAsia Singapore: la presenza annuale — non occasionale — è quello che costruisce credibilità e relazioni commerciali durature. Tonitto 1939 ha visto crescere i contatti qualificati del +35% in un anno proprio grazie a questa strategia di presidio continuativo.
Sviluppare fusion flavors con identità italiana. Lo yuzu con crema di Bronte, il matcha con fior di latte di bufala, il sesamo nero con cioccolato di Modica: sono prodotti che parlano due lingue culturali contemporaneamente — e nei mercati asiatici questa capacità di dialogo vale più di qualsiasi campagna pubblicitaria.
Investire nello storytelling dell’origine. Il consumatore asiatico premium non compra solo un gelato: compra una storia italiana. La qualità degli ingredienti, l’artigianalità del processo, la tracciabilità della filiera — comunicati bene, in modo autentico — sono il vero vantaggio competitivo che nessun competitor locale può replicare.
Un supporto professionale nella strutturazione di queste strategie — come quello offerto da consulenti export specializzati — consente alle PMI di non affrontare da sole una complessità che richiede competenze specifiche e visione di mercato aggiornata.
PROSPETTIVE 2026-2027: COSA ASPETTARSI
Le previsioni per il biennio sono tra le più ottimistiche dell’intero export agroalimentare italiano:
- Mercato cinese: raggiungerà i 40,19 miliardi di dollari entro il 2027, con un CAGR dell’8,07% trainato da middle class e occidentalizzazione della dieta.
- Peso dell’Asia sull’export italiano: potenziale crescita dall’attuale 9,2% al 12-15% entro il 2027 — quasi un raddoppio in tre anni.
- Giappone: prime vendite continuative a marchio attese entro i prossimi 12 mesi per i player già presenti nelle fiere.
- Fusion flavors: matcha, sesamo nero, mala e hojicha diventeranno mainstream tra i giovani urbani asiatici — aprendo una finestra di opportunità per i produttori italiani che si muovono adesso.
- Premiumizzazione: consolidamento nel segmento high-end con prezzi in crescita, sostenuti da storytelling Made in Italy e certificazioni di qualità.
La variabile critica è, ancora una volta, il timing. Chi costruisce oggi le relazioni distributive in Giappone, Cina e Malesia sarà posizionato quando il mercato raggiungerà la piena maturità. Chi aspetta troverà canali già occupati.
CONCLUSIONE: IL GELATO ITALIANO HA TROVATO IL SUO PROSSIMO GRANDE MERCATO
Il +72% dell’Asia nel primo semestre 2025 non è un picco statistico: è il segnale di un cambio strutturale nei flussi dell’export agroalimentare italiano. L’Asia stava cercando il gelato italiano — e il gelato italiano stava cercando l’Asia. Si sono trovati.
Il terreno è favorevole come raramente accade: domanda in forte crescita, posizionamento premium già riconosciuto, competitor locali distanti sul piano della qualità percepita. Quello che manca, in molti casi, è la strategia per trasformare questo momento in una presenza stabile e profittevole.
Nel nuovo scenario globale del 2026, il gelato Made in Italy ha tutte le carte in regola per diventare uno dei prodotti simbolo dell’export agroalimentare italiano in Asia. Serve solo — come sempre — giocarle bene.

